E non si sa a chi chiedere, recensione di Stefano Vitale

Lettura critica di Stefano Vitale, apparsa su Il Giornalaccio

I libri di Anna Maria Carpi sono come certe composizioni musicali dei grandi classici: riprendono continuamente materiali, forme, strutture ritmiche, temi melodici riproponendoli all’interno di soluzioni compositive nuove. Pertanto, da un lato, la cifra dell’autore emerge sempre con chiarezza attivando, dall’altra parte, nell’ascoltatore una rinnovata curiosità ed attenzione per cogliere sin dove si sia spinto ancora l’autore.
In “E non si sa a chi chiedere” ritroviamo tutti gli elementi che caratterizzano la poetica e la prassi compositiva di Anna Maria Carpi dentro ad una cornice, ad una luce coerente, ma sempre nuova.

Prima di tutto ritroviamo la chiarezza della lingua, la sua limpidezza stilistica e sostanziale. Non si tratta della solita poesia descrittiva di stampo “lombardo”: le cose, gli oggetti della vita quotidiana, i luoghi sono vivi, presenti, ed evocati come punti d’appoggio, boe di salvataggio che segnano il corso di una incessante navigazione nel cuore delle nostre incertezze, delle nostre profonde domande di senso.
Nella poesia di Anna Maria Carpi assistiamo sempre ad uno scarto, ad un salto improvviso dal quotidiano al filosofico (per non dire dei precisi e dichiarati riferimenti letterari e culturali) che ci obbliga a guardare le cose da un altro punto di vista. La sua poesia è un sorta di miracolo: Carpi riesce a essere diretta, esplicita, usando un lessico quotidiano e al tempo stesso conservare una risonanza misteriosa, inquietante, interrogativa, sospesa, poeticamente molto efficace. Poesia di pensiero, certamente, ma che colpisce per la sua carica emotiva.

Dicevo dei luoghi. Anche qui niente di elegiaco, di pacificato e rassicurante. I luoghi rinviano sempre alla storia (e alla letteratura) con le sue fratture; malinconia ed inquietudine si rincorrono, al tempo stesso il desiderio di andare oltre s’intreccia con la ricerca di orizzonti identitari; così le vicende personali non prendono mai il sopravvento, non c’è egotismo, personalismo che potrebbe apparire scontato, già visto eppure l’io dell’autrice resta un punto di partenza fondamentale, come è giusto che sia in poesia; allo stesso modo dall’altro lato, la riflessione sui destini comuni non cede mai alla retorica universalistica, non trapassa mai nell’indistinto, nel generico della facile denuncia.
Anche perché la poesia di Carpi è come uno specchio in cui si riflette l’immagine del sé, della poetessa, in quanto individuo che è però in ascolto e in ricerca di una propria dimensione esistenziale che inevitabilmente incontra gli altri e con essi appunto il mondo. E questo tema degli “altri” che è da sempre centrale nella sua poesia. Non è uno specchio solipsistico o passivo e chiuso quello della poesia di Anna Maria Carpi, ma uno specchio rifrangente, aperto; non uno specchio scheggiato, ma uno specchio multifocale che non si limita ad chiosare l’esistenza, ma la interroga.

In questo senso Daniele Piccini nella sua recensione su “La Lettura” (3 maggio 2020) coglie perfettamente il senso complessivo del libro raccolto nel titolo stesso: “Ogni piccola briciola dell’essere- perché la parola dell’autrice è quotidiana, è immersa nel trantran dei giorni – si domanda il suo senso, il suo posto, lo cerca e non lo trova, eppure non dispera, continua, si riaccende attorno alla domanda… E’ tutto un inseguirsi di interrogazioni sotto traccia , racchiuse nella trama del tempo coi suoi soprassalti e a sua nenia uguale”.
E questa domanda incessante si riversa poi nella poesia stessa, che viene investita della responsabilità, anche etica, di essere invocazione. Non certo per ottenere dall’alto qualcosa da qualcuno, ma per continuare appunto a cercare di capire, di scoprire, scandagliare, intrecciando ciò che è noto con lo sconosciuto, il qui con l’altrove, la soggettività con il bisogno degli altri. E’ il senso stesso della poesia quello di porre domande non banali, che non hanno una risposta preconfezionata.

Anna Maria Carpi ha la consapevolezza che l’esistenza, e la poesia che la rielabora, è un intreccio di aperture e di chiusure, di limiti e di slanci, di solitudine e di socialità. Ciò lo si ritrova anche nella sfera degli affetti familiari che, come sempre nella poesia di Anna Maria Carpi hanno uno spazio significativo, rappresentando un groviglio di sentimenti contrastanti, un sistema di energie non risolte, un gioco di rimandi e proiezioni dolorose, ma anche un riferimento, uno spazio di accoglienza. Per non dire dell’amore così necessario per quanto ambiguo, faticoso, segnato da ombre e incomprensioni, ma anche dal calore e dalla gioia della condivisione.

“Già risibili i nomi” è la sezione di apertura e qui vi ritroviamo i temi e le linee fondanti di cui abbiamo detto: sin dalla prima poesia siamo immersi nell’universo poetico di Anna Maria Carpi che ci mostra il fiorire trionfale della primavera in città dal punto di osservazione dell’ufficio postale, di un semaforo. Nulla di strano che ci si lasci incantare dai “potenti ippocastani”, dalle margherite e dalle bocche di leone.
Ma ecco lo scarto, il salto: “Non ti fermi a guardare?/ Sì ma per qualche istante,/ è così bello/ che diventa un tormento./La natura!/ Lo so che io non c’entro./Io non sono natura (pag.12). Il soggetto si percepisce come elemento estraneo, non è parte della bellezza della natura sia pure di città: chi osserva è cultura, sguardo che resta al di fuori e se ne duole. Ma è solo un primo cortocircuito: il pensiero va poi ai genitori che rappresentano un nodo problematico al quale si contrappone ancora, ma da un altro punto di vista, una forma di natura: quella dei piccoli animali domestici, evocati come forma affettiva di consolazione. “I piccoli i fedeli gli indifesi/che non sanno di sé…” (pag. 15). E di loro, al contrario dei genitori, dice la poetessa “E da quei tre ci vado, a salutarli” (pag. 16). Perché si tratta appunto di natura, qualcosa di diverso da noi, qualcosa di autentico che non entra in collisione con il nostro mondo complicato, fatto di conflitti, incomprensioni, solitudine: “…nulla è più irreale della carne./Non è la mente, sono i corpi a dire/ come si è soli” (pag. 20); “poiché tutti siamo questo io/che si agghinda e si nega” (pag. 23).
Così entra in gioco la poesia come forma di speranza, di salvezza. Ma non ci sono affermazioni, sentenze definitive : tutto resta una questione aperta: “Ma perché ci esalta/perché ci dà speranza/ questo modo d’esprimerci translato/questo parlar diverso dal parlato?” (21). La poesia è come un pesce che la testa tira fuori dal mare per un attimo, “un guizzo e risprofonda”. Perché la vita è altrove, direbbe Milan Kundera. E ciò è tanto più vero oggi, come sempre, tempo in cui la poesia è “piccolo businnes”, un gioco narcisistico denunciato con ironia dall’autrice, dove ci si accontenta di “sentirsi al centro/ anche una sola sera/ è dire messa e questo est corpus meum” (pag. 25). Il fatto è che questo desiderio di poesia rimane, che essere ebbri di poesia è inevitabile: e passando per Coleridge, Saba e citando Rilke l’invito è “lascia suonare, dice, ciò che in te fa strazio” (pag 26) sino al verso chiave “Invocare, se fosse/questo la poesia?/Ci proviamo: con minimi/ travasi di dolore e di speranza (pag. 27).

Anna Maria Carpi si concede qui un intermezzo: “L’isola” è una sezione piccola con quattro poesie dedicate al paesaggio marino e alla propria casa immagino. Qui sono molto belle le immagini: il rumore eterno del mare “ha come mani e dita, / sembra che scartino e incartino – che cosa?/ un messaggio, un regalo?”. Che cosa ci vuol dire il mare, ancora una forma di natura? “Che è per lei la sponda?/ il senso è al largo, e intanto cala il buio… (pag. 31).
Di nuovo questo alternarsi di mistero e razionalità, di linguaggio dai registri “bassi” in grado di formulare domande esistenziali “alte”. Ma la vita è “quest’essere-nonessere/ e il fraterno disciogliersi fra loro/ di slanci tonfi e vuoti” (pag. 32), un “andirivieni/ di flutti e sfasci” guardato ancora una volta dall’esterno con invidia. Anche perché il mondo contemporaneo avanza e viene descritto con luce documentaristica in “Dalla gaia piazzetta coi negozi/ che vendono di tutto alla rinfusa,/moda smart bijoux…” (pag. 33) o con una certa nostalgia “Quattro vetusti lecci sulla strada,/li hanno piantati i nonni/…ma ci sono gli “eventi”:/ girasoli di plastica nei vasi/ musica luci blu” (pag. 35).

Il discorso riprende e si amplia. “I rifugiati” racchiude 20 poesie che ci fanno salire sulla giostra della vita così come la vede e la rielabora lo sguardo di una poetessa che ha una base culturale complessa: germanista di professione, scrittrice di romanzi, traduttrice, che ha molto viaggiato e soggiornato all’estero, in Germania ma in Russia specialmente, attenta alle vicende della storia, con una coscienza politica, si sarebbe detto un tempo, ma capace di mantenere sempre una posizione critica, laica. Anna Maria Carpi si sente vicina a quei popoli che “credono fermamente credono/ nell’agire del singolo”… che così facendo pongono non la certezza dell’unicum assoluto, ma “il mistero/ dell’esser uno non sapendo chi/ doversi difendere:/un mistero che resta, il più terribile/ finché c’è questa terra. (pag. 39/40).
Leopardianamente “E’ lo “stellato” che non sa di noi” che appelliamo bello il cielo notturno: “ma non è bello: è vero, /vero e deserto,/we lost in All, noi perduti nel tutto” (pag. 41). Siamo quindi tutti perduti, nel senso di dispersi, rifugiati appunto nella migliore delle ipotesi, immersi in un mondo desacralizzato alle prese con le fatiche dell’esistenza quotidiana, magari un po’ prosastica, ma che è la nostra. Così incontriamo gli altri: “una coppia al bar della stazione” alle prese con due bambini (pag. 42), poi ancora altri bambini al “pomeriggio, giardino dell’asilo” che non vogliono “saperne di tornare a casa” e c’è già chi tra loro “è un aggressore/ più spietato dei grandi, /più tremendo” (pag. 50). Carpi non crede al mito dell’infanzia come terreno della pura innocenza e con acume ed equilibrio comunque scrive riecheggiando Dostoevskij : “è dei pargoli essere felici/ pieni di sé, di gloria, vanagloria. /Ma senza questa non vedremo Dio”.

Oppure c’è l’amica malata che cerca di resistere aggrappandosi disperatamente a piccoli piaceri della vita: una “giacca rossa nuova/ comprata oggi, e ti rigiri e chiedi/ come mi sta?” (pag. 43). Piccole cose e incontri che ci consolano, ma che c’inchiodano alla nostra posizione di spettatori del teatro del mondo (come della natura). Così si parla di Homs, di Rakka, Mosul mentre “A noi qui sul divano/rimane impressa solo la rovina…/ e un’idea confusa dei motivi, /la mente scoraggiata ci va altrove…/Poi svagato, /con un sospiro/ uno propone all’altro andiamo a letto” (pag. 45).
Così si assiste alla deriva dell’Europa e dei migranti, “Rifugiati,/affamati, gelati, senza dove, /inetta Europa/ che non sa che fare./.. E rifugiati siamo anche noi, /a tavola in cucina che ceniamo…/in diretta le ultime notizie,/e in queste ore forse un nuovo orrore” (pag. 48). Poesia civile, dunque, tanto più graffiante perché apparentemente non militante, poesia che si fa critica proprio perché coglie una distanza, un’impotenza, compresa quella dell’indignazione astratta. L’invito è chiaro: “E quel po’ di pietà durante il giorno/ per le sventure altrui/ non lo chiamare bene,/piomba nel sonno insieme a te ogni sera/Così anche tu sarai tra gli smarriti/ come in tempi di guerra per il pane”.(pag. 46). Così come è interessante il richiamo a Giorgio Caproni ed alla sua posizione nichilista critica quando Carpi scrive: “Lo so, quasi nessuno…/Nessuno che si chieda/ sul serio se c’è Dio/… “Guardati dentro” dice chi ci crede,/ e io dentro mi perdo come in casa d’altri” (pag. 47). E su questa linea non stupisce il richiamo diretto a Nietzsche considerato proprio per la sua alterità (e qui Carpi fa anche riferimento all’episodio torinese del 1889 in cui il filosofo manifestò segni di squilibrio mentale) capace di essere colui che “ora sorride impavido all’avversario nulla/… una freccia del desiderio senza fine/desiderio di un otre oltre oltre” (pag. 52).

Nietzsche aveva capito che “la terra è solo questo/ un brulichio d’insetti di congegni/ la parola un brusio/(pag. 52) preludio aurorale delle “orde di umani bianchi gialli neri” (pag. 54) che invadono ad esempio Venezia e “non la vedono”, non più folle“ di quelli che parlano da soli grazie al “quel filo che traversa il petto” appesi ai cellulari che ci fanno sentire intelligenti dimenticando che “smart è parente di Schmerz/ in tedesco “dolore! (pag. 57).
Anche i rapporti umani si sono impoveriti e svuotati nei riti formali delle nostre superficiali relazioni quotidiane: “è per questo che amiamo gli animali/ come non mai, il tenero pre-umano/ che non parla e non scrive. /Ma è ben altro amore che il tu e il lei e io/per vivere invochiamo” (pag. 58) e qui torna il tema dell’invocare della poesia che si salda a questo dell’amore come desiderio di relazione autentica. Anche a costo di accettare, e qui c’è di nuovo un salto, un colpo di reni che impedisce alla poesia di farsi banale lamento, anche una vita anonima: “c’incontriamo per strada e non sappiamo/ i nostri nomi, noto soltanto i volti,/noti e fraterni, come nati tutti/ in queste vie./… A sera amiamo tutti a far la spesa/ in via Monti prima di rincasare, /coda alle casse, fra noi cenni e sorrisi/ in un tramonto d’oro” (pag. 60).
Certo ci sono mondi che tramontano (bella la poesia di pag. 61 che parla di una donna russa che ha letto Tolstòj, Cechov e Puskin ora costretta ad una vita grigia da emigrante che conserva la sua dignità con le sue icone che “erano dei suoi nonni,/ è la che ha appreso, la cosacca,/ a non piangere mai.”), ma Anna Maria Carpi preferisce comunque dirci con disarmante e sorprendente semplicità: “io non so abitare/ che la giovinezza/ io nello zaino ho solo la speranza” (pag. 63).

Questo viaggio ha poi un intervallo con la sezione “Intermezzo: G.Benn”. Si tratta di un lungo testo, una sorta di poemetto: esplicita è la dichiarazione di Anna Maria Carpi: “Benn (1886-1956), ho provato a fare anch’io una poesia “biografica”, come chiama lui stesso le proprie di questo genere” (pag. 74). Il testo diventa lo specchio di un’epoca, la descrizione di un travaglio storico, culturale, generazionale, lo spunto per una riflessione sulla diversità del poeta, sul tema della letteratura come inganno necessario e sulla dimensione assoluta della parola poetica: “…gioielli/ della malinconia del venir meno./ “Io so solo di me, solo parole,/le mie di clandestino e poche cose”./ E’ un canto postumo e non sa più per chi” (pag. 74). C’è un legame tra questo ultimo verso ed il titolo del libro “E non si sa a chi chiedere”, come un ideale scambio di ruoli e di prospettive, tutti uniti da un destino, che potrebbe essere anche quello della poesia oggi.

Nulla è come credevo” è l’ultima lunga sezione che racchiude altre 25 poesie che ruotano attorno ai temi di cui si è detto. Ma vi sono alcuni spunti e passaggi davvero importanti, paradigmatici della poetica di Anna Maria Carpi.
Di nuovo torna la malinconia della propria “digiuna infanzia” (pag.80), così come riappare il tema dell’indifferenza della natura: “… oltre la gronda in alto/ c’è qualcuno che canta./ Lui fa solo i suoi compiti/… Ma lui non cerca chi lo consoli/ e ignora tutti gli sconsolati” (pag. 81). Poi l’incontro con “il volo basso del gracchio” si conclude con la riflessione “e non hanno stagioni,/ e tutti inneggiano / a ogni alba che sorge” (pag. 83). La natura non è matrigna, ma “altro”, un mondo privo di coscienza che attrae e sgomenta, che talvolta si può ammirare, invidiare proprio per la sua alteritas. Che investe però, per un sottile meccanismo di trasposizione, anche parte del mondo umano. “Noi a questo Sri Lanka/ non so cosa sembriamo./Oltre che bello e buono,/ringraziamenti e mance vanno come a un uccelli:/ abita altrove, in alto,/nella sua giovinezza” (pag. 82). E che potrebbe coinvolgere la poesia stessa fatta di “frasi alla cieca” (pag. 84), figlia comunque di un’urgenza perché “anche la mano avverte/che il tempo stringe e che non è più il caso/ di farla lunga?”.
Ma quest’urgenza da dove nasce? Dalla volontà di lenire il dolore, di contrastare le incertezze che ci avvolgono. Il fatto è che “..non si sa a chi chiedere” (pag. 89). Certo ci si potrebbe però chiedere, e consolare, pensando che “il rifugio non sono/ le nostre mani e i visi?” (pag. 85), quegli affetti vicini, magari consumati e laceri, ma che “dicono ci siamo” (pag. 85). Certo, spesso siamo come travolti dalla banalità dei nostri riti, dalla noia delle nostre serate davanti alla televisione, anche dalle inutili “tavolate di poeti” (pag. 95) oppure ci scopriamo intristiti dalla caducità delle nostre piccole vite (“E io che sono, inaudito spreco?” – pag. 100) o dagli inutili impegni che scioccamente accettiamo (“piccole polizze/ che firmiamo in piedi/ e non c’è gioia, non si sa perché”- pag. 97) o ancora scoraggiati per la perdita di qualità della nostra comunicazione (“La lingua è cartastraccia,/ ma fosse solo questo:/ sono la testa e il cuore / che se ne sono andati…” – pag. 101). Tutto questo ci riguarda, non si tratta di qualcosa che semplicemente subiamo: è parte di noi e ci lega agli altri.

C
osì la poesia che chiude il libro è emblematica: (pag. 107).

Inverosimile, che cos’è il silenzio?
Sembra un rimbombo, ma di dove viene?
O non è invece … un fitto
fitto diluvio d’aghi?
Piove? Non che non piove:
chi cuce, cuce cosa nella notte
e per chi?

Fa paura.
O finestra di fronte che si accende:
una, ma è tutto.
Gli altri gli altri. Gli ignoti. Ma ci sono!”

Anna Maria Carpi ci offre un libro prezioso in cui la lingua ritrova il suo senso nella chiarezza senza fronzoli indicando con precisione il suo oggetto e la sua intenzione; un libro in cui la poesia diviene una sorta di stato di allerta che fa, per dirla con Walter Benjamin, il contropelo alla nostra storia, al nostro essere qui ed ora distratto richiamandoci ad un impegno fondamentale: quello di continuare a chiedere ragione delle cose e di noi stessi. Anche se il più delle volte non si sa a chi chiedere.

Stefano Vitale

“E non si sa a chi chiedere” di Matteo Marchesini su Il Foglio

La poesia di Anna Maria Carpi, ovvero la monotonia come ispirazione

Alla parola “monotonia” diamo quasi sempre un significato negativo. Anche in estetica. Eppure artisti notevoli e spesso grandi l’hanno eletta a musa. La loro opera si gioca tutta su pochissimi caratteri tematici e formali. Restano inchiodati a un’ossessione, oscillano tra gli stessi poli. Se il nocciolo poetico è solido, e inconfutabile come un’impronta digitale, allora la serialità può essere feconda. Si pensi a Giorgio Morandi, o a Sandro Penna.[Continua a leggere su Il Foglio]