“Dal carcere” quattro poesie inedite su Milanocosa

Segnaliamo quattro poesie di Anna Maria Carpi, dalla raccolta inedita “Dal carcere” da leggere su MilanoCosa, con una nota di lettura di Adam Vaccaro

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DI PENSIERI E RICORDI qui io vivo,
e del corpo, del mio,
è la cosa più astratta che ci sia,
ma anche la sola in cui io possa credere.
Tante volte ho amato un altro corpo,
un’estasi, l’ho avuto ed era mio,
due che si fanno uno,
ma nulla è più irreale della carne.
Non è la mente, sono i corpi a dire
come si è soli.

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Un amore. La farfalla (racconto uscito su Le parole e le cose)

[Immagine: © Katharina Jung, Heaven II (particolare)].
[Immagine: © Katharina Jung, Heaven II (particolare)].

Era fresco di laurea, per il momento insegnava a ragioneria, a Milano, in piazza della Vetra e una cupa mattina di ottobre, entrando in sala professori e andando allo scaffale a prendere il registro, se l’era trovata accanto, che trafficava nel proprio scomparto. In genere le prime ore si assegnavano agli ultimi arrivati e ai precari, ma a lui andavano benissimo perché rincasando nella tarda mattinata aveva ancora del tempo per le proprie cose e per dedicarsi a qualche lettura.
Sono Caterina Decleva, e verso di lui si era protesa una piccola morsa bianca, mentre in questo nome, come una limpida, unica nota di flauto, prima che lui riuscisse a mettere a fuoco l’immagine, era echeggiata non so quale strana promessa di gioia.
Era anche lei sui venticinque. Riga nel mezzo, una massa di riccioli brunorossastri che le arrivavano alle spalle e le davano qualcosa di casto, e caste e verginali erano anche le sue membra lunghe, il poco seno, la giacca maschile, i tacchi bassi. La faccia era lievemente dissimmetrica, come in certi neonati che dormono ostinatamente sempre sulla stessa guancia. Ma l’insieme della figura aveva una decisa pretesa di bellezza.
Che ne diresti, disse lei guardandolo dritto in faccia: nell’intervallo ci prendiamo insieme un caffé?
Ma con piacere, aveva risposto lui, e durante la prima mattinata la parte davanti del suo cervello si era applicata alla liturgia dell’insegnare, ma nella parte di dietro c’era come scritto a grandi lettere: che fior di ragazza.

Caterina era venuta al bar con un pacco di compiti stretto al petto: hai visto? fece alludendo al pacco, quanto mi ci vorrà? Ma ci sono dei criteri precisi per la correzione? E le domande tu come le scegli? Poi, al banco del bar, cambiò argomento: le vacanze di Natale, tu dove pensi di passarle? Io, disse con rabbia, sono costretta ad andare in Venezuela con mio padre. [continua a  leggere su Le parole e le cose]

Perché scrivo (articolo uscito su Le Parole e le cose)

 

Scrivo perché l’ha deciso mio padre. Ero in seconda media quando lui, attore e autore di teatro e di libri per ragazzi, nato alla fine dell’altro-altro secolo, mi disse: comincia a tenere un diario, s’intende curando la forma, bando alla sciatteria, è un buon esercizio, imparerai due cose che sono il punto di partenza per ogni scrittore, a esprimerti e a dire la verità.

Sul dire la verità ho tuttora dei dubbi, non certo sull’utilità dell’esercizio, ma il chiudermi dentro quei quaderni dov’ero sovrana mi diede ben presto una tale voluttà che per anni e anni quei quaderni — 10.000 pagine, che arrivano al 2002 — assorbirono quasi tutta la mia energia scrittoria.

Non so se abbia un senso ma l’anno scorso ho incaricato un giovane, Dario Di Nunzio, di ricopiarmele. Lui è così contento di questo incarico che nei nostri messaggini ora si firma “Dario dei Diari”. Mi piace: chi lo sa che non passeremo insieme alla storia?

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Gli animali (inedito)

 

immagine boorp.com

*

Gli animali

ANNI CON NOI e noi li abbiamo amati –
non dirlo forte – più che congiunti e amici.

Tutto comincia con un libertino,
un cane, era Cirino,
c’era la guerra, noi stavamo in campagna,
lui la sera scappava e ritornava all’alba
infangato ferito a coda bassa:
un tempo eroico e non solo per lui.

Poi eravamo
nella casa di sempre.
Le date vanno insieme.
Allora c’era Muli,
un maschio bianco e grigio,
la sua impresa: sulla scrivania
pisciare sulle carte di mio padre.
Aveva un avversario giù in cortile,
tale Miro, un malvagio:
ne fu sconfitto e non tornò mai più.

Dopo di lui la panterina nera,
la mite Dede piena di mali
e l’ora di dolore senza eguali
di quando la si dovette far morire.
Lacrimando
io me la tenni in grembo fino all’ultimo.
Era freddo e stavano chiudendo,
e di aver lasciato
quella piccola salma là nel buio
non posso perdonarmi finché vivo.

Poi arrivò Luigi,
era nell’81, ce lo passò un’amica.
Al possente soriano
facemmo far dei figli.
Ben tre maschi tigrati
e una tutta grigia e una biondina.
Da sopra il cesto il padre che li guarda
in gran stupore: e chi sono questi?
Fjodor, Strill, Piombino, Felicino
e la Baffina.
A me restò Baffina.
Ora ho imparato a seppellire i morti:
sul prato, sotto l’albero di Giuda
dai fiori rossi, curvo sulla terra.
Là sotto lei riposa.

Un’altra amica ci passò poi Cino
il pacifico il dolce il senza pari:
da quattro anni dorme accanto a lei.
Ma gli avevamo preso una compagna,
l’avevo raccolta io in un giardino:
aspettando il suo cibo la piccina
sulla soglia, in cucina, faceva un buffo mucchio

di bianco nero e ocra –
solo le femmine sono tricolori –
e la chiamammo Mucchi,
e lei c’è ancora e ci sarà per sempre.

*

© Anna Maria Carpi, inedito.